Nereo Rocco

Rocco2.jpgE’ stato uno dei personaggi più importanti nella storia del Milan, eppure la sua avventura non era cominciata sotto i migliori auspici. Appena arrivato a Milano, infatti, il Paron fu costretto a fare a meno della preziosa collaborazione di Gipo Viani che, preda di un malore, dovette rimanere lontano dai campi di gioco per alcuni mesi. Considerato che l’inventore del Vianema era stato colui che aveva architettato la campagna acquisti, Rocco si trovò a lavorare su una squadra che non era stata costruita da lui, con le ovvie difficoltà del caso. Il primo problema che gli si presentò, fu quello di Jimmy Greaves, fuoriclasse britannico che non voleva assolutamente saperne di sacrificarsi a favore della squadra. Greaves, dopo aver fatto vedere a sprazzi il suo valore, decise dopo solo un paio di mesi di togliere le tende, senza provocare grandi turbamenti in un tecnico che sapeva benissimo che se non messo a disposizione della squadra, il talento serviva a ben poco. Rocco approfittò di questa apparente tegola per cadeggiare l’acquisto di Rosa dal Padova, che però fu considerato incedibile. Al suo posto, arrivò invece un brasiliano non più giovane, Dino Sani un tipo lento di corsa, ma rapido di cervello e il suo arrivo sistemò d’incanto la squadra. Alla fine del suo primo anno, l’ottavo scudetto incorniciava la maglia del Milan, a riprova della bravura di un allenatore che sembrava trasformare in oro tutto quello che toccava, come del resto aveva dimostrato a Trieste e Padova. Dopo lo scudetto, arrivava anche la prima Coppa dei Campioni, conquistata a Wembley contro il Benfica, grazie alle reti di Altarini e alle giocate di un giovanissimo Gianni Rivera. Ormai, però, il primo ciclo di Rocco in rossonero era agli sgoccioli. Il cambio di presidenza, da Rizzoli a Felice Riva, spinse infatti il tecnico triestino a passare la mano e ad andarsene a Torino, sponda granata, motivando il tutto con il fatto di non riconoscersi più nella nuova società. Nel capoluogo sabaudo, accolto a braccia aperte da Orfeo Pianelli, Rocco prese immediatamente posizione strategica nel bar gestito dai coniugi Cavallito, dove riuniva la sua combriccola di amici, che erano pochi, ma quelli giusti per i suoi gusti, soprattutto in fatto di vino. Al primo anno, ottenne un settimo posto che rappresentò una piccola delusione e che era dovuto soprattutto alla scarsa qualità di una squadra che il nuovo presidente stava con fatica cercando di riportare a livelli adeguati al vecchio blasone. Poi, però, la seconda annata, vide il Torino decollare, grazie soprattutto all’esplosione di un certo Gigi Meroni, ala dribblomane e anticonformista, che quando si ritrovava la palla tra i piedi diventava un’ira di Dio e per levargliela bisognava ricorrere alle cannonate. Ad ostacolare il lavoro di Rocco, fu soprattutto un fantasma, quello di Superga. Interrogato al proposito, il Paron usava spesso dire che al Filadelfia c’era sempre qualcuno che, se gli facevi vedere un goal da cento metri, ti rispondeva che Valentino Mazzola faceva regolarmente di meglio. Con un concorrente di tal genere, per chiunque sarebbe stato difficile. Alla fine, stanco probabilmente di lottare contro i fantasmi e con un terzo posto da esibire come trofeo, decise di tornare al Milan, ove non aspettavano altro che di riaverlo sulla panca. Con gli amici di sempre, i vari Rosato, Rivera, Trapattoni, Schnellinger e Hamrin, riannodò presto i fili del discorso interrotto quattro anni prima. Con copiosi risultati, se si pensa che dopo l’ottavo, arrivò anche il nono scudetto, grazie all’asse Rivera-Prati e ad una difesa nella quale giganteggiavano il Ragno Nero, Fabio Cudicini e Karl Heinz Schnellinger, giocatori che proprio sotto la sua guida seppero dare il meglio. Luigi Carraro aveva sostituito Felice Riva, e proprio sotto la sua gestione il Milan riuscì a vincere la sua seconda Coppa dei Campioni, battendo nella finale di Madrid l’Ayax del fuoriclasse emergente, Johann Cruiyff, grazie ad un Rivera che voleva dimostrare di non essere secondo a nessuno. Dopo il trono europeo, toccava alla Coppa Intercontinentale, vinta dopo una corrida con l’Estudiantes caratterizzata dal martirio del povero Combin, praticamente massacrato dagli avversari. A questo punto, il grande obiettivo di Rocco divenne il decimo scudetto, quello della stella, che però rimase un sogno e una fissazione irraggiungibile. Particolarmente clamorosa fu la beffa del 1972-73, quando il Milan, quattro giorni dopo aver vinto la Coppa delle Coppe, cadde nella “fatal” Verona, consegnando lo scudetto alla Juventus, vincente nel finale contro la Roma all’Olimpico. Fu quella in pratica l’ultima occasione per Rocco, che da quel momento entrò nella fase conclusiva di una strepitosa carriera. Con l’arrivo di Albino Buticchi, infatti, decise ancora una volta di andarsene a Firenze, ove però non concluse neanche la Coppa Italia. Una ultima parentesi in rossonero, con una società ormai in fase di sfaldamento e il ritorno a Trieste, ove gli venne affidato il settore giovanile, furono le ultime tappe di una carriera praticamente irripetibile. Moriva il 20 febbraio 1979, venendo privato della gioia di vedere il suo Milan conquistare la stella, appena tre mesi più tardi…      

Nereo Roccoultima modifica: 2012-05-17T09:48:26+02:00da monthy10
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